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ENCICLOPEDIA DEL CINEMA IN PIEMONTE

Cinema muto



Teodora
Italia, 1922, 35mm, B/N

Altri titoli: Theodora, the Slave Princess (USA)

Regia
Leopoldo Carlucci

Soggetto
dall’opera teatrale "Théodora" di Victorien Sardou

Fotografia
Gaetano Ventimiglia, Giovanni Vitrotti, Giuseppe Paolo Vitrotti

Scenografia
Armando Brasini

Interpreti
Rita Jolivet (Teodora), Ferruccio Biancini, René Maupré, Emilia Tosini, Adolfo Trouché, Lara Valerio



Produzione
Ambrosio/Zanotta

Note
2.748 metri
Visto censura n. 16.812 del 31.3.1922
Nelle recensioni dell’epoca il titolo era talvolta riportato come Theodora.
Il film ottenne notevole successo in Olanda, dove venne proiettato a L’Aia e ad Amsterdam. Venne distribuito negli Stati Uniti nell’ottobre 1921.
 




Sinossi
Etera nell’isola di Cipro, la bellissima Teodora incontra il futuro Imperatore Giustiniano e, grazie alle proprie doti di seduttrice, riesce a sposare il condottiero e a impossessarsi del trono di Bisanzio. In preda all’inquietudine, di notte vaga per la città col viso coperto e, celandosi sotto la falsa identità di Myrta, si abbandona a facili conquiste finché, incontrato il nobile patrizio ateniese Andrea, ne diviene l’amante. Il giovane, ignorando di essere il compagno dell’Imperatrice, partecipa alla congiura del centurione Marcello per deporre Giustiniano e la sua sposa, odiati dal popolo per le tasse esose e le ingiustizie sociali compiute. Accecata dall’amore, Teodora non rinuncia ad Andrea anche quando, fallito il complotto, è evidente che solo la morte dell’uomo la porrebbe al riparo dai sospetti di Giustiniano. Ingannata dalla maga Tamyris, uccide per errore il proprio amante e, scoperta dal marito a vegliarne il corpo senza vita, è a propria volta condannata a morte.

 





«Una piacevole ripresa come spettacolo di grandiosità, ma confessiamo di non esserne rimasti punto entusiasti. Ed anzitutto la ragione fondamentale è quella dell’abisso rimasto tra il romanzo di Victorien Sardou, dal quale pare tolto in gran parte, e più o meno verosimilmente, il lavoro e la difficile e stiracchiata riduzione che ne fu fatta, se pure il lavoro non è crollato anche per mancanza di dinamica scenica da parte di attrici ed attori, ben lungi dall’essere all’altezza di rispecchiare sé stessi in una trasformazione così opposta ai loro temperamenti artistici. Un obbiettivo, quindi, per noi mancato. Sia che l’ “Ambrosio” abbia mirato a dar saggio della sua solidità, sia ch’essa abbia mirato a dimostrare il suo grado di perfezione concezionistica, ciò che il lavoro ha lasciato chiaramente trasparire è che la messa in scena si è lasciata troppo spesso sopraffare dalla sua grandiosità senza più essere in tempo a riprendere, nell’insieme, l’efficacia intima della trama, che, in fondo in fondo, era quella che più si doveva curare, se si voleva raggiungere, nel pubblico, quel ricercato sopravvento che ogni artista deve conseguire sull’altrui concezione. Così, se da un lato, quindi, vi è stata dell’imponenza, anzi dell’eccessiva grandiosità (poiché anche questa deve essere usata con pari moderazione), dall’altro vi fu addirittura dell’insufficenza [sic] scenica e della trascuranza troppo visibile e concomitante colla magnifica narrazione romanzesca del Sardou. Piuttosto dove il lavoro ha raggiungo il suo successo è stato dal lato fotografico. E qui, certo, l’ “Ambrosio film” ha dimostrato di aver compreso il lato debole dell’industria cinematografica, nonché il segreto di riuscire a portare ugualmente i suoi lavori in prima linea e di saperli ugualmente completare nelle loro parti più vitali ed essenziali. Difatti ciò che, a parer nostro, ha fatto piacere il lavoro al pubblico è stata la fotografia e l’ottimo risultato del suo sviluppo artistico, non meno suggestivo delle gandiosissime [sic] scene del circo e di qualche riuscitissimo primo piano della sfarzosa sua prima attrice, intorno alla quale finì per raggrupparsi la parte migliore dell’interpretazione. Tuttavia è pur sempre un lavoro degno della massima considerazione e d’esser ammesso a far parte di quei lavori che più possono tornare ad onore della nostra produzione nella concorrenza mondiale» (M.T.F., “La Rivista Cinematografica”, n. 3, 10.2.1923).

«La messa in scena, come già dissi è grandiosa, quella folla che si riversa nell’ippodromo, folla imponente, impressiona lo spettatore per la grandiosità della massa, quella folla immensa che pazza di terrore fugge incalzata prima dagli artigli dei leoni, poi dalle picche delle guardie imperiali ha qualche cosa di pauroso e di maestoso nello stesso tempo. Ed in questa nobile ed artistica gara di interpreti, ottimi tutti, e di metteur-en-scène non è seconda l’abilità dei due operatori. Fotografia nitidissima nei suoi quadri d’assieme non fu da meno nei primi piani, girati nelle più felici disposizioni di luce e d’ambiente. Magnifico il quadro, per effetto di luce, in cui la guardia a cavallo immersa nell’incerta luce notturna nella quale il crepuscolo si sposa alla notte, dà fiato al corno rendendo il segnale del coprifuoco» (M. Balustra, “La Rivista Cinematografica”, n. 3, 10.2.1923).

«Tratto dal capolavoro di Vittoriano Sardou, è un idillio, un dramma, leggenda e storia, fantasia e realtà, urlo di passioni umane e urto di violenze politiche, magie, ebbrezza, congiure, scatenamento di odii e di follie sullo sfondo fosco e fastoso della corruzione e del decadimento dell’Impero bizantino. Theodora, l’infedele sposa di Giustiniano, ha incatenato gli spettatori fra la più intensa emozione». (E. De Paolini, “La Rivista Cinematografica”, n. 2, 25.1.1924).

«Il film monumentale artistico italiano, proiettato esclusivamente per un’intera settimana in questo centralissimo teatro dal gran ritrovo cittadino, non poteva avere esito migliore, per il largo concorso di pubblico e per l’incasso. Il lavoro è un’opera d’arte di alta considerazione in tutto e per tutto: azione e interpretazione di grande efficacia per l’arte della Jolivet, di Renato Mauprè, di Mario Bottura e della direzione artistica del cav. Leopoldo Carlucci. Costruzione di gran mole, con fine e particolareggiata decorazione di stile bizantino per opera dell’architetto Comm. A. Brasini. La fotografia bellissima, messa in scena di grande effetto: dai saloni del Sacro Palazzo, agli immensi giardini è tutta una visione di bellezza, a cui aggiungono una nota suggestiva i costumi della Corte. Il lavoro era commentato da musica scelta ed adattata dal maestro Magistrelli, che dirigeva in persona» (Gill, “La Rivista Cinematografica”, n. 6, 25.3.1924)


Scheda a cura di
Azzurra Camoglio

Persone / Istituzioni
Leopoldo Carlucci
Gaetano Ventimiglia
Giovanni Vitrotti
Giuseppe Paolo Vitrotti


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